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Storia
I vescovi conti e la lotta per le investiture Stampa Email

I vescovi conti e la lotta per le investiture: elementi di Storia europea e locale

Premessa

Questo modesto compendio di nozioni si limita a suggerire alcune possibilità di correlazione tra due dimensioni della Storia: quella locale, della città di Arezzo, e quella di più ampio respiro europeo. Pertanto non vuole essere altro che un invito alla partecipazione attiva di tutti gli interessati, attraverso correzioni, precisazioni, ampliamenti o nuovi argomenti di riflessione storica. I primi paragrafi sono destinati solamente ad una veloce rivisitazione degli avvenimenti a livello generale; dunque possono anche essere saltati per arrivare direttamente alla seconda parte, più locale, più deduttiva, dal generale al particolare.

2.      Introduzione

La storia dell’Arezzo medievale è strettamente connessa a quella dei suoi vescovi. Si pensi, per esempio, a Guglielmino degli Ubertini e al suo apparente paradosso: vescovo, uomo di Chiesa, e contemporaneamente comandante a Campaldino dell’esercito ghibellino, quindi sostenitore dell’imperatore. In realtà, per comprendere diverse vicende locali, occorre analizzare essenzialmente l’interazione tra una serie di poteri: non solo quello spirituale e temporale del vescovo, ma anche quello comitale (dei conti) del contado e della nascente autonomia cittadina (il comune). Quando queste autorità agirono in sintonia, furono un fattore di prosperità e di crescita per la città; quando invece si contrapposero, ostacolarono lo sviluppo e causarono eventi, come vedremo, a volte anche disastrosi. Dunque per avvicinarsi ad un certo periodo della storia di Arezzo potrebbe essere opportuno partire da quella dei suoi vescovi e, in particolare, dalla natura di una figura di potere estremamente importante nei primi due secoli del basso Medioevo: il vescovo conte.

3.Il vassallaggio

Nel Natale dell’800 d.C. Carlo Magno (742-814) fondò il Sacro Romano Impero, una nuova realtà politica comprendente, grossomodo, le attuali Francia, Germania, Svizzera, Austria e Italia centro-settentrionale. Come è noto, il novello imperatore, per governare ed amministrare questo vasto spazio, si servì principalmente dei comites palatini, dei compagni di palazzo, ovvero i conti.[2]In altre parole Carlo Magno fece quello che probabilmente avremmo fatto noi, se avessimo avuto delle cariche importanti da affidare: si rivolse ad amici, parenti o comunque persone vicine, di fiducia. Così nell’XI secolo venne istituzionalizzato il vassallaggio, quel complesso ed articolato rapporto politico di subordinazione che legava il vassallo al suo signore. Ma questa prassi aveva lontane origini, sia nella commendatio latina sia nel mundium germanico. In entrambi i casi sostanzialmente un debole si affidava ad un potente, ottenendo vantaggi e assumendo obblighi. Per certi versi, si trattava di due versioni, un po’ più impegnative, della nostra attuale e universalmente diffusa raccomandazione

Cercarsi un protettore, compiacersi a proteggere, sono aspirazioni di tutti i tempi. Tuttavia determinano il sorgere di originali istituzioni giuridiche solo in quelle civiltà in cui gli altri quadri sociali siano venuti meno. Così nella Gallia, dopo il crollo dell’impero romano.[3]

A queste due consuetudini deve essere aggiunta anche quella germanica dei Gisindi;[4] questi erano i compagni di spedizione che si radunavano attorno ai capi per formare una guardia personale che era in servizio permanente, a differenza dell’esercito, basato sulla leva degli uomini liberi solamente in caso di bisogno. La necessità di circondarsi di guerrieri di professione fu accresciuta da due notevoli innovazioni. Queste furono introdotte nell’Europa occidentale, secondo alcuni, dalle popolazioni germaniche che erano entrate in contatto con quelle nomadi delle steppe eurasiatiche, secondo altri dagli Arabi: si tratta della staffa e della ferratura dei cavalli. Grazie a queste non solo la potenza dell’impatto del cavaliere sul fante era moltiplicata dalla possibilità di mantenersi saldamente in groppa all’animale, ma anche il galoppo era reso possibile su terreni relativamente impervi.

Tuttavia la guerra costava anche allora… Nell’VIII secolo presso i Franchi un cavallo valeva sei buoi; identico prezzo per un’armatura di cuoio e piastre metalliche, la metà per un elmo. Nello stesso periodo in Alamannia un piccolo proprietario cedette le sue terre ed uno schiavo per un cavallo e una spada.[5] In pratica, un cavaliere valeva un podere.[6] Si diffuse così la consuetudine da parte del senior, del signore, di dare al vassus, al vassallo, al subordinato, un appezzamento di terra affinché, pur dedicandosi unicamente all’esercizio delle armi, si potesse mantenere.

Ecco perché quando Carlo Magno ricorse ai compagni di palazzo non fece altro che unire la tradizione del Gisind a quella della commendatio e del mundium. In questo modo, attraverso l’investitura,[7]l’omaggio,[8] il giuramento di fedeltà, egli innanzi tutto otteneva la subordinazione del vassallo in cambio della concessione del potere di ban (ovvero di esercitare i poteri dell’imperatore, come riscuotere tasse, arruolare armati, giudicare, coniare moneta, etc.) su un determinato territorio (il feudo); inoltre risolveva anche il problema della gestione di un impero troppo vasto per essere amministrato da un solo uomo. Il SRI venne diviso dunque in contee, governate da conti, e marche, feudi più ampi e di confine, rette da un markgraf[9], conte della marca, in italiano margravio o marchese. Poiché il vassallo poteva a sua volta creare allo stesso modo dei sottoposti, sono facilmente prevedibili gli sviluppi successivi.

I conti legarono a sé, coi vincoli del vassallaggio, i funzionari di ordine inferiore; il vescovo o l’abate, quei laici da essi incaricati di aiutarli ad amministrare la giustizia o a condurre all’esercito i loro sudditi.[10]

Era così nato il feudalesimo, la gestione politica, militare ed amministrativa tipicamente medievale fondata appunto sul vassallaggio.

4. La crisi del feudalesimo

In un primo momento il sistema di gestione feudale del potere funzionò egregiamente grazie sia al prestigio ed alla potenza di Carlo Magno sia alla revocabilità del feudo che rendeva “consigliabile” la fedeltà da parte dei conti, marchesi e duchi. Tuttavia il legame feudale, sancito dall’investitura, dall’omaggio del vassallo al signore, tendeva ad andare oltre ai rapporti dei singoli, arrivando a coinvolgere i rispettivi legami di sangue, dunque non solo le famiglie ma anche le dinastie.

Il possesso di un feudo non si trasmise mai automaticamente con la morte del precedente detentore. Ma, salvo motivi validi, strettamente determinati, il signore perdette la facoltà di ricusare all’erede naturale la reinvestitura, che veniva preceduta da un nuovo omaggio.[11]

Anche allora i genitori cercavano di sistemare i figli. Nel Medioevo il diritto franco ripartiva l’eredità tra gli eredi, al contrario di quello longobardo, che dava tutto al primogenito. La successione a Carlo Magno non creò particolari problemi, perché Ludovico il Pio (778-840) era l’unico pretendente. Quando quest’ultimo morì invece i figli erano tre: Carlo il Calvo, Lotario e Ludovico il Germanico. Dopo una lunga guerra fratricida, l’impero venne diviso: iniziò così la decadenza.

Nell’evoluzione dei rapporti tra imperatore e vassalli il capitolare di Kiersy (877) segna una tappa fondamentale. Alla vigilia di una spedizione in Italia Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno, pur riservandosi il diritto di sancire qualsiasi nomina definitiva, riconosce ai conti fedeli che lo hanno seguito in guerra, in caso di morte, il diritto di reggere la contea tramite propri ufficiali in attesa della maggiore età dei figli e del loro riconoscimento da parte dell’imperatore. Dunque Carlo il Calvo concede un provvedimento occasionale, che però, adeguandosi ad una prassi oramai già consolidata, sancisce una definitiva rinuncia al controllo della successione: le contee sono di fatto già ereditarie. Proviamo a proporre un episodio esemplificativo. Nell’864 Carlo il Calvo toglie a Roberto il Forte il feudo di Neustria: quando Roberto muore, a Brissarthe nell’866, è già tornato signore delle sue terre.[12] Dunque, la revoca imperiale non è durata più di due anni.

5.I vescovi conti

Il Medioevo è un’epoca fortemente contrassegnata dalla religiosità, anche se in forme a volte puramente esteriori o comunque discutibili. I rapporti tra potere temporale e spirituale sono stretti, ma non sempre ben codificati. I germi delle incomprensioni si trovano nei secoli “bui” dell’alto Medioevo. I Longobardi, a partire dal 568 d. C., occuparono l’Italia centro settentrionale; in epoca romana questo territorio era stato densamente urbanizzato e governato per mezzo di un diritto talmente raffinato che ancora oggi fa scuola. I barbari invasori si limitarono a mettere un duca o un gastaldo (un rappresentante del re) nei principali centri. La scomparsa di fatto di ogni forma di amministrazione pubblica portò in primo piano nelle città la figura del vescovo: egli era privo di poteri riconosciuti, ma ricco di un indiscusso prestigio. Del resto la stessa carica papale nasce dal vescovato di Roma; l’urbe, in epoca longobarda, era un ducato, prestigioso ma periferico, di Bisanzio.

I Carolingi, seguendo la tradizione romana e merovingia, avevano sempre considerato come normale e desiderabile la partecipazione del vescovo all’amministrazione temporale della sua diocesi, ma a titolo di collaboratore o, talvolta, di sorvegliante del delegato regio, ossia del conte. Le monarchie della prima età feudale si spinsero più oltre: del vescovo fecero talvolta in pari tempo il conte.[13]

Dunque, quando i re riconoscevano poteri comitali, cioè di conte, ai vescovi in una determinata città, non facevano altro che riconoscere un potere di fatto; non a caso tali poteri di ban si riferivano soprattutto alla manutenzione delle mura ed alla coniazione di moneta. I primi vescovi di fatto conti sono piuttosto antichi: Langres nell’887, Bergamo nel 904, Toul nel 927 e Spira (Speyer) nel 946. Da notare che talvolta esisteva contemporaneamente anche un conte laico che dominava il contado: per esempio la città di Tournai aveva come conte il suo vescovo, mentre il Tournaisis, la regione circostante, era del conte di Fiandra. Questa distinzione di gestione feudale tra città e campagna per allora andava bene; in seguito, quando le competenze diventeranno meno militari e più commerciali, e quindi più articolate, remunerative e complesse, i rapporti tra feudalità tradizionale e vescovi diventeranno più difficili. Ma ancora più problematici saranno, come vedremo, i rapporti tra vescovi conti e nascenti autonomie urbane.

Nel X secolo il Sacro Romano Impero riprese forza non più però sotto la guida di un sovrano carolingio bensì di una stirpe tedesca, gli Ottoni di Sassonia. Anch’essi governarono attraverso i marchesi ed i conti, ma cominciarono ad investire dei vescovi per la gestione dei feudi. Ottone I, infatti, dovette fare i conti con la scarsa fedeltà di diversi grandi vassalli di Germania (duca di Boemia, di Franconia, etc.); poiché questi avevano cominciato a nominare per conto proprio dei vescovi, per evitare che sorgesse una chiesa germanica più fedele ai vassalli che all’imperatore, Ottone I reclamò per sé tale diritto d’investitura. Così facendo, non solo riaffermò i suoi diritti regi e imperiali sui duchi, ma anche contrappose loro una nuova nobiltà feudale: quella ecclesiastica. I vescovi conti ricevevano dei poteri temporali, delle regalìe,[14]che ne facevano all’interno della loro cerchia urbana dei signori feudali di fatto. Essi, almeno in un primo momento, furono molto fedeli all’imperatore. Infatti, anche se diversi di essi probabilmente non osservavano strettamente il celibato, nessun vescovo poteva avere eredi legittimi, riconosciuti! Quindi, in assenza di discendenza, il feudo, alla morte del vassallo, era tornato revocabile e la scelta spettava unicamente all’imperatore. Ottone fu così entusiasta di questa politica da investire molti famigliari, come il figlio Guglielmo o il fratello Brunone. Ancora una volta tutto andò bene finché il potere imperiale fu forte: in seguito però sorsero dei problemi.


6.      Gregorio VII e la lotta per le investiture[15]

Nel 1073 venne eletto papa Ildebrando di Soana con il nome di Gregorio VII. Quest’uomo, la cui personalità è sicuramente interessante almeno da un punto di vista storico, fu il principale antagonista dell’imperatore Enrico IV nella drammatica lotta per le investiture, che vide contrapposti i due massimi poteri del tempo: temporale e spirituale.

Da Gregorio VII prende nome la riforma gregoriana, che costituisce solo l’aspetto più esteriore del grande movimento che trascina la Chiesa verso un ritorno alle origini. Si tratta di restaurare, di fronte alla classe dei guerrieri, l’autonomia e la potenza della classe dei preti. Questa deve rinnovarsi e delimitarsi da sé. Da qui la lotta contro la simonia e la lenta instaurazione del celibato del clero.[16]

L’aspra contesa prese origine dunque, almeno in apparenza, dalla corruzione dei costumi morali degli ecclesiastici e dalla necessità di una riforma radicale. Ben presto però rivelò la sua vera causa: il controllo delle investiture, ovvero delle nomine, dei vescovi conti. Il processo di riforma della Chiesa era, in verità, già stato avviato diversi decenni prima da Niccolò II (1058-1061). Egli innanzi tutto aveva riformato l’elezione papale, per sottrarla ad un’acclamazione popolare che subiva spesso “manifestazioni d’entusiasmo” organizzate e controllate dalla nobiltà locale; la scelta venne riservata ad un collegio di vescovi delle diocesi suburbicarie, di preti e di diaconi della città di Roma, che vennero definiti cardinali proprio per la funzione di perno del loro ufficio.[17] Inoltre Niccolò II aveva ribadito per gli ecclesiastici l’obbligatorietà di attenersi al celibato (ahi!), per contrastare il non raro concubinato, quella che noi oggi chiameremmo convivenza. Infine aveva condannato nuovamente la simonìa,[18] specificando che nessun ecclesiastico avrebbe più potuto accettare cariche da un laico…

Ecco il pomo della discordia. Il partito dei riformatori, già da allora capeggiato da Ildebrando di Soana, voleva fare in modo che i rappresentanti del clero fossero scelti unicamente in base alle loro virtù religiose e morali: era dunque necessario evitare che in posizioni di particolare importanza ed evidenza fossero poste delle persone scelte dall’imperatore solamente per la loro fedeltà, abilità o disponibilità economica. Si era giunti al nodo della questione. Infatti, in qualità di uomo della Chiesa, il vescovo conte avrebbe dovuto essere eletto da dei canonici, oppure scelto dal papa o comunque consacrato da un ecclesiastico. Tuttavia, in qualità di vassallo, riceveva dall’imperatore una serie di poteri; battere moneta, riscuotere tasse, arruolare e condurre eserciti, etc. In parole povere: il papa ci metteva la faccia e la “patente”, l’imperatore il potere e i quattrini.

La questione della simonia, con tutto ciò che implicava, mise in allarme non solo l’imperatore, indicato peraltro indirettamente come causa di corruzione, ma anche gli alti gradi gerarchici della Chiesa. Infatti, se fosse prevalsa la tesi intransigente che voleva nulli tutti gli atti sacramentali dei simoniaci, molti vescovi avrebbero dovuto essere rimossi dal loro incarico. Quando nel 1061 venne eletto papa Alessandro II, ovvero Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca e capo storico della Patarìa,[19] l’opposizione dei vescovi si inasprì tanto che venne eletto Onorio II, un antipapa dell’Italia settentrionale, il titolare della sede di Parma. Ma Alessandro II, con notevole fiuto politico, curò più i rapporti con i Normanni d’Inghilterra e del Mezzogiorno d’Italia che la riforma, rimasta in sospeso.

Il 21 aprile 1073 Anselmo da Baggio morì ed il giorno successivo, durante i funerali in San Giovanni in Laterano, il popolo acclamò papa il cinquantenne Ildebrando di Soana, Gregorio VII.

La successione al soglio pontificio era abbastanza scontata poiché egli era stato per anni non solo il capo del partito riformatore, ma anche un consigliere fidato dei papi che lo avevano preceduto. Tuttavia la sua posizione, per alcuni storici, rimase sempre indebolita da due fatti. Prima di tutto non era stato eletto dai cardinali, come voleva uno dei suoi maestri, Niccolò II, ma era stato acclamato dal popolo romano, anche se questa volta la nobiltà non c’entrava niente. Inoltre il nuovo papa occupava una posizione gerarchicamente insignificante: infatti, era solamente arcidiacono (dal 1059) e forse aveva vestito il saio monastico. È anche vero che si ovviò rapidamente ad entrambi gli inconvenienti, con l’approvazione formale dei cardinali e la consacrazione, probabilmente il 30 giugno 1073, di Ildebrando a vescovo.

Il nuovo pontefice non era attraente: piccolo di statura, sgraziato e con una voce fievole. Secondo la sua concezione del pontificato, egli non era altro che il tramite tra le istanze dei fedeli e San Pietro. Purtroppo tendeva a valutare gli uomini in base al loro consenso alle sue iniziative, senza valutarne la motivazione.

La sua fu una dottrina di rettitudine che si realizzò più nel dovere e nell’obbedienza che in un verbo d’amore […] La rettitudine, per lui come per Agostino, consisteva nell’obbedienza ai comandamenti di Dio; verità, obbedienza e umiltà sono le caratteristiche dell’uomo retto, servo di Dio, come falsità, disobbedienza e superbia lo sono dell’uomo malvagio, maestro del quale è il demonio […] Quando si pose il grande problema del giudizio su di un re che, secondo il metro di Gregorio, era manifestamente ingiusto, egli non si pose dubbi circa l’autorità che, come papa, poteva esercitare […] L’idea di un’obbedienza passiva a un sovrano malvagio non poteva sfiorare neppure per un momento lui o i suoi sostenitori.[20]

Gregorio VII cominciò presto a manifestare la ferma intenzione di rispolverare le questioni della simonia e del celibato, ma questo non piacque né ad un’ampia fetta dell’alto clero né soprattutto ad Enrico IV di Franconia (1056-1106),[21] che allora non era ancora imperatore[22], ma solamente re di Germania. Egli non solo non era un simpatizzante della riforma, come invece era stato il padre Enrico III, ma anche considerava la simonia nelle elezioni episcopali, in pratica il controllo laico, una prassi consolidata ed era fermamente determinato a riaffermare la sua autorità su tutti i sudditi dell’Impero, sia ecclesiastici che non, sia in Germania sia nell’Italia settentrionale.

Se i primi contrasti con l’alto clero tedesco si verificarono ben presto, in realtà in un primo momento i rapporti tra papa e re furono solamente un po’ freddi. I problemi cominciarono nel 1075, quando il ventiquattrenne Enrico IV sistemò le cose in Sassonia, riportando una vittoria decisiva ad Homburg sull’Unstrut. Infatti, solo due anni prima il re tedesco, poiché nell’agosto aveva a malapena evitato uno scontro probabilmente fatale con la nobiltà sassone,[23] aveva inviato una lettera di sottomissione al papa. Gli eventi precipitarono, e questo è significativo, per la nomina di un vescovo dell’Italia settentrionale. Già Guiberto, arcivescovo di Ravenna, si era posto a capo di una rivolta di alti prelati ed aveva proclamato l’indipendenza della sua sede da Roma. A Milano Erlembaldo, capo della Pataria e, di fatto, padrone della città, aveva messo in pratica le posizioni riformatrici estremiste, interdicendo dalle pubbliche funzioni i preti indegni e sostituendoli con il prete Librando, un uomo fidato. Ma una rivolta uccise il secondo e mutilò il primo; per ripristinare l’ordine si chiese di nominare un nuovo arcivescovo al re di Germania, Enrico IV. Questi già nel settembre 1073 aveva nominato nelle sedi vacanti di Fermo e Spoleto due prelati; questi però erano degli sconosciuti per il papa e pertanto le loro investiture non erano state gradite. Quando Enrico contrappose Teodaldo ad Ottone, candidato di Gregorio VII al vescovato di Milano, lo scontro divenne inevitabile: si era passati dal generale della “questione morale” al particolare del controllo dell’importante città di Milano. Se il papa reagì con una lettera severa, il re di Germania rispose convocando un concilio a Worms, il 24 gennaio 1076, al quale si presentarono due arcivescovi e 24 vescovi. Qui Enrico IV invitò Gregorio VII a lasciare il soglio papale, a “dimettersi”: in seguito a Piacenza l’invito fu ribadito da molti altri alti prelati dell’Italia settentrionale.

Il pontefice rispose con la fermezza di chi era convinto di essere nel giusto: depose sia i vescovi avversi sia il re, che venne anche scomunicato. Così i vassalli di quest’ultimo vennero sciolti dall’obbligo di rispettare il giuramento di fedeltà che era all’origine del rapporto feudale di subordinazione; molti ne approfittarono subito, a partire dalla nobiltà sassone. Poiché era previsto un concilio in Germania, presieduto dal papa, per nominare un probabile successore al trono teutonico, Enrico IV agì con tempestività e notevole fiuto politico; varcò fuori stagione il Moncenisio, con pochi uomini, e scese in Italia. I milanesi premevano per un’azione temeraria e spregiudicata, ma il re si recò direttamente da Gregorio VII che, in attesa di una scorta per la Germania e timoroso dei lombardi, si trovava a Canossa,[24] ospite di Matilde, marchesa di Toscana. Enrico lesse perfettamente la situazione: invece che cercare una disperata prova di forza, si presentò nel chiostro esterno a piedi nudi e nell’abito penitenziale, chiedendo perdono e non lasciando al papa molte alternative. In realtà Ildebrando indugiò tre giorni perché comprendeva bene che un’assoluzione sarebbe stata un tradimento dei molti tedeschi, laici e non, che avevano deciso di seguirlo; del resto sia Matilde sia Ugo, l’abate di Cluny, consigliavano la clemenza, poiché non sarebbe stato opportuno per un ecclesiastico negare il perdono. Alla fine Enrico venne ammesso alla presenza del papa e la scomunica fu revocata. Così la maggior parte dei tedeschi tornò a considerarlo il re legittimo, anche se intanto i rivoltosi avevano eletto un altro re, Rodolfo di Svevia. Entrambi i sovrani germanici si aspettavano l’appoggio di Gregorio VII che invece si mantenne neutrale. Egli, con il clero tedesco nuovamente sottomesso, poté nel sinodo di quaresima del 1078 dare un “giro di vite”, inasprendo con nuovi decreti le pene per gli ecclesiastici trasgressori: sospensione per quei vescovi che non avessero fatto osservare la castità al clero della loro diocesi; per i preti sposati nullità delle messe e dei sacramenti da loro amministrati e divieto d’ingresso in chiesa; invalidamento di tutte le ordinazioni simoniache ed in particolar modo di quelle dei vescovi. Nel novembre del 1078 si arrivò al dunque: condanna della pratica dell’investitura laica.

Le cose per Ildebrando di Soana sembravano andare per il verso giusto. Ma Enrico IV, una volta completamente ristabilita la situazione in Germania, gli mandò a chiedere con decisione al concilio di quaresima del 1080 la deposizione dell’altro re, Rodolfo di Svevia; gli inviati di quest’ultimo invece risposero accusando l’antagonista di comportamento non retto e non sincero. Il concilio si concluse con le seguenti decisioni che non lasciavano adito a dubbi: scomunica per ogni laico che avesse conferito investiture di vescovadi o abbazie; obbligatorietà dell’elezione canonica dei vescovi; scomunica e deposizione di Enrico IV.

Gregorio VII dunque si comportò come nel 1076. Questa volta però le cose andarono diversamente…

Il papa era certo che la facile vittoria del 1076 si sarebbe ripetuta; ma la situazione era completamente diversa da allora, e differenti ne sarebbero stati gli sviluppi. L’opinione pubblica in Germania, nel 1076, era rimasta scossa dal tentativo violento e illegale del re di eliminare il papa. La scomunica pontificia era stata accolta come una giusta punizione […] Ora era Gregorio l’aggressore, come nel 1076 lo era stato Enrico; era il pontefice che, per loro, travalicava i propri poteri tentando di detronizzare il capo temporale della cristianità d’occidente.[25]

Questa volta lo scontro era all’ultimo sangue; un papa ed un “antiré” contro un re ed un antipapa, Guiberto di Ravenna; questi fu consacrato al concilio di Bressanone dalle alte gerarchie ecclesiastiche dell’Italia settentrionale. Poiché il pontefice legittimo aveva compreso che, a quel punto, né le armi spirituali né le milizie di Matilde erano sufficienti, decise di riavvicinarsi ai Normanni che stavano creandosi un dominio nell’Italia meridionale; questi nuovi confinanti, rapaci ed espansionisti, erano potenti, ma la loro amicizia non era disinteressata.

Dunque questa volta Enrico IV aveva le spalle coperte in Germania, tanto più che Rodolfo di Svevia era morto in battaglia nell’ottobre del 1080: così poté scendere in Italia a più riprese. Ma nel marzo 1081 e nel febbraio 1082 le truppe al suo seguito si rivelarono insufficienti. Il 21 marzo 1084 invece, mentre Gregorio si barricava a Castel Sant’Angelo, riuscì ad entrare trionfante a Roma con al seguito anche il suo antipapa. Guiberto (o Wiberto) di Ravenna fu posto sul soglio pontificio con il nome di Clemente III e consacrato non dal collegio cardinalizio, ma, fatto estremamente significativo, dal vescovo conte di Modena e da quello di Arezzo, Costantino.

La domenica di Pasqua Enrico IV riuscì, dopo tanti sforzi, a raggiungere il suo obiettivo principale: Clemente III lo incoronò imperatore. Ma a questo punto, dopo numerose richieste, intervenne Roberto il Guiscardo, con i suoi Normanni, in soccorso di Gregorio VII. L’imperatore abbandonò velocemente l’urbe, che rimase completamente nelle mani di quei liberatori che ben presto si rivelarono dei feroci saccheggiatori. Dopo tre giorni di sanguinosa rapina, Ildebrando di Soana dovette lasciare Roma con le truppe di Roberto il Guiscardo, per evitare la reazione di un popolo romano inferocito. Gregorio VII morì di lì a poco, il 25 maggio 1085, proprio a Salerno, uno di quei territori che la Chiesa aveva sacrificato alla politica di amicizia con i Normanni. Pare che le sue ultime parole siano state:

Ho amato la rettitudine e ho odiato l’iniquità, per questo muoio in esilio.[26]

7.      Enrico V

La fase culminante della lotta per le investiture terminò così, anche se lo scontro tra papa e imperatore si protrasse ancora per alcuni decenni con i rispettivi successori fra alterne vicende. Per esempio, il francese Urbano II, Ottone di Lagery vescovo d’Istria (1088-99), al concilio di Clermont del 1095, quando bandì la prima crociata, vietò ad ogni prete o vescovo di rendere omaggio ad un laico; nondimeno questo papa, di fronte a nomine laiche di personalità ritenute valide o comunque gradite, si dimostrò disposto a chiudere un occhio. Dall’altra parte della collina Enrico IV riuscì solo momentaneamente vincitore, perché dovette fronteggiare le rivolte anche dei figli, prima Corrado e poi Enrico; intanto l’alto clero dell’Italia del Nord si era pian piano riavvicinato al papato. Nel 1006 l’imperatore morì ed i rapporti si fecero ancora più distesi. Infatti, Pasquale II (1099-1118) si riconciliò con Enrico V (1106-1125): lo scisma sembrava concluso. Il venticinquenne re di Germania (e aspirante imperatore) si dimostrò molto accondiscendente sostituendo alcuni vescovi fedeli a suo padre con personalità gradite a Roma; però, così facendo, continuava ad investire vescovi... Inoltre, dopo la riconciliazione, i decreti papali tornavano ad aver validità anche in Germania. Di lì a poco, la nuova rottura, con una sfumatura differente.

Per Gregorio l’investitura non era importante in se stessa, ma solo nella misura in cui rappresentava il controllo laico delle funzioni spirituali e per le conseguenze che da ciò derivavano: cattive nomine e simonia. La proibizione delle investiture era stata, per Gregorio, soltanto un mezzo per giungere a uno scopo; per Pasquale essa divenne lo scopo finale.[27]

Enrico V era in una posizione combattuta: da una parte non voleva perdere il controllo del potere temporale dei vescovi; dall’altra non voleva inimicarsi il papa, perché ancora non era stato incoronato imperatore. Alla fine del dicembre del 1110 Enrico si trovava ad Arezzo, proteso verso la città eterna. Dopo serrate trattative, il pontefice propose la rinuncia a qualsiasi privilegio e potere temporale da parte dei vescovi e degli abati (che avrebbero così riscosso solamente le decime[28] ecclesiastiche) in cambio della rinuncia imperiale alla loro investitura. La soluzione era molto evangelica, ma un po’ ingenua e anacronistica. Enrico comunque acconsentì di buon grado; aveva capito che non sarebbero stati problemi suoi. Infatti, la riforma era stata voluta dal papa: ora spettava a lui farla rispettare.

Il 12 febbraio 1111, poco prima dell’incoronazione dell’imperatore a Roma, venne annunciata la ratifica dell’accordo: immediata fu l’insurrezione non solo da parte degli ecclesiastici che perdevano i loro privilegi e, dunque, le entrate, ma anche da parte della nobiltà romana che veniva privata del proprio controllo sul clero dell’urbe. Pasquale venne sequestrato dagli imperiali e costretto sia ad effettuare comunque la cerimonia dell’incoronazione, sia a riconoscere l’investitura regale dei vescovi come il primo ed indispensabile passaggio. L’anno successivo il pontefice cercò di invalidare il riconoscimento perché ottenuto con la violenza: tuttavia il suo prestigio era finito. Enrico invece era in Germania per fronteggiare una classica rivolta di Sassoni e alto clero tedesco.

Fu Guido di Vienne, Callisto II (1119-24), a porre fine con Enrico V alla lotta per le investiture con il concordato di Worms del 23 settembre 1122. L’imperatore abbandonava per sempre l’investitura del vescovo con l’anello e il pastorale; in Italia e Borgogna la concessione dei privilegi feudali avrebbe seguito di sei mesi la consacrazione; in Germania invece il giuramento di fedeltà al potere laico l’avrebbe preceduta. In pratica: i vescovi conti tedeschi all’imperatore, quelli italiani al papa. Non a caso Enrico V rinunciò alle sedi episcopali dell’Italia centro settentrionale; egli probabilmente aveva intuito che il loro potere era in declino per l’ascesa delle autonomie comunali. Del resto, come vedremo in seguito, proprio ad Arezzo ne aveva avuto un’evidente dimostrazione. Da allora, anche se non mancarono nuovi e drammatici conflitti tra papa e imperatore, la questione delle investiture non fu più sollevata. Il 12 luglio 1213 Federico II vi rinunciò definitivamente: lui, infatti, governava per mezzo non di vescovi, ma di funzionari regi completamente sotto il suo controllo.

8.      Le origini del potere comitale dei vescovi aretini

Nell’alto Medioevo ad Arezzo il potere laico, a giudicare dal numero di documenti che lo citano esplicitamente, appare piuttosto debole, al contrario di quello religioso, presente con continuità e decisamente prestigioso. Quando i Longobardi invasero la penisola, dopo un periodo di semplici scorrerie, come già detto si stanziarono nell’Italia settentrionale e centrale. Per amministrare il loro dominio i re longobardi si servirono di duchi (trentacinque per Paolo Diacono [29]e di gastaldi, ufficiali di nomina regia con ampi poteri di governo. In Toscana vi erano solo quattro duchi: a Pisa, Chiusi, Firenze e Lucca. La presenza di un gastaldo ad Arezzo è controversa; forse vi fu solo uno sculdascius, un funzionario di rango inferiore. Del resto anche successivamente il potere comitale, di un conte, risulta abbastanza debole. Infatti, se i documenti parlano di comitatu aretino, di contea, già a partire dal sec. X, è anche vero che per tutto il IX secolo abbiamo solo un nome: in un diploma dell’819 di Ludovico il Pio è attestato un Haganon comiti aretine civitatis.[30] Costui potrebbe anche essere un margravio a capo della Marca di Toscana; infatti, i marchesi potevano avere contemporaneamente il titolo di conte in più città. Per esempio Firenze nel IX secolo era governata da un vicecomes, perché la carica comitale era detenuta dai margravi stessi. Numerosa fu invece la serie di vescovi aretini, amministratori e defensores civitatis.

Nel periodo carolingio, l’esercizio del potere pubblico al livello comitale fu generalmente affidato ai vescovi.[31]

Del resto l’importanza del vescovo ad Arezzo viene confermata da svariati episodi. Per esempio Giovanni (867?-900?), il fondatore dell’abbazia delle SS. Flora e Lucilla, fu consigliere di due sovrani carolingi, Carlo il Grosso e Carlo il Calvo.[32]Inoltre quest’ultimo, quando soggiornò ad Arezzo nell’876, dimorò come gli altri imperatori nel palazzo vescovile del Pionta.

Sappiamo che i vescovi Pietro II e Giovanni ebbero un ruolo importantissimo nel Regno d’Italia. Giovanni fu tra gli elettori di Carlo il Grosso e ne divenne subito dopo fidato consigliere. Ma non si ha notizia di un trasferimento di poteri comitali ai vescovi di Arezzo sino al 1052. Esiste invece un documento, a mio avviso chiarissimo, redatto sotto Carlo il Grosso, in cui si parla di “secularis et publica potestas” in strenua lotta contro il potere vescovile. È evidente che il documento ci riporta ad un momento in cui i vescovi aretini tendono a sottrarsi alla autorità politica locale (sculdasius o scabino) presente in città, puntando ormai, attraverso il cumulo delle immunità imperiali, a sostituirsi definitivamente ad essa.[33]

Quindi furono soprattutto i Carolingi fino a Carlo il Grosso, l’ultimo imperatore della dinastia che venne deposto nell’889 in una dieta a Tribur, presso Magonza, a porre le basi del controllo episcopale della città di Arezzo con una serie di donazioni e privilegi. Anche i successori comunque continuarono sulla stessa strada: Pietro II (850?-867?) nell’865 fu nominato legato imperiale; Lotario III e Berengario inoltre furono particolarmente generosi nei confronti del vescovo Pietro III (900-930) concedendo donazioni, poteri e immunità. All’origine di ciò c’era un preciso disegno politico: controbilanciare il potere feudale laico.

Soprattutto per la politica antimarchionale di alcuni imperatori i vescovi aretini divennero ben presto elementi importantissimi della politica imperiale in Toscana.[34]

Gli ultimi anni del IX secolo ed i primi decenni del X furono terribili. L’Europa e l’Italia videro il potere imperiale sgretolarsi in una miriade feudale di piccoli e litigiosi potentati incapaci di rimediare alla miseria e alle pestilenze, e di frenare le crescenti incursioni di nuovi, ferocissimi invasori: Ungari (o Magiari), Normanni e Saraceni. Questi ultimi nell’849 nel corso di una scorreria devastarono la Toscana e distrussero Cortona.[35] La necessità per le città di provvedere autonomamente alla propria difesa, curando per esempio la manutenzione della cinta muraria, portò ad un aumento di fatto del potere dei vescovi, spesso rimasti gli unici in grado di rappresentare un polo di organizzazione delle energie cittadine. La situazione, come già detto, venne ristabilita da Ottone I che fu incoronato imperatore nel 962. Alla sottomessa gratitudine di tutta l’Europa si unì quella della Tuscia. Il 12 giugno 967, quando Ottone I di Sassonia si fermò a Monte Voltraio, presso Volterra, il seguito di aristocratici fu notevole: tra questi Oberto, marchese di Toscana, ed Everardo (960-986), vescovo di Arezzo. Questi già nel 963 si era schierato con l’imperatore sassone contro papa Giovanni XII; del resto era germanico, figlio di un altissimo funzionario e forse era stato messo nella sede aretina proprio da Ottone I. Veniva così consolidata la tradizionale amicizia tra l’imperatore ed il vescovo aretino, che, pur non essendo ancora conte, rivestiva già un ruolo politico preminente.

Si noti come dal 900 al 960 in Arezzo siano stati dei vescovi tutti italiani e come dal 960 fino al 1050 essi siano stati tutti di origine germanica.[36]

Abbiamo già avuto modo di vedere come con gli Ottoni la pratica dell’investitura imperiale dei vescovi conti avesse raggiunto l’apice: nel secolo successivo in Toscana tale politica fu mirata essenzialmente a contrastare la crescente potenza del margravio. Infatti, in questo modo si evitava che la carica comitale cittadina potesse essere sommata a quella marchionale, del marchese. I conti laici però non per questo scomparvero, perché la loro autorità venne semplicemente smistata e frammentata nel contado; così si creavano nuovi baricentri feudali di potere sostanzialmente centrifughi. Per esempio già dalla metà del X secolo si era stabilita in Toscana la famiglia feudale romagnola dei conti Guidi, che presto diventerà dominante in Casentino.

Un’evidente testimonianza della costante ascesa della potenza di Arezzo e dei suoi vescovi la troviamo nel 1032: Adalberto (1014-1023) e Teodaldo (1023-1036) fecero costruire su progetto dell’architetto Maginardo un nuovo tempio di San Donato per rendere il Pionta più prestigioso. Intanto continuava l’attenzione degli imperatori per la nostra città e l’amicizia con i vescovi, confermata da numerosi episodi, come l’omaggio alle reliquie di San Donato da parte di Ottone III che, in accordo con il vescovo Elemperto (986-1010), prese sotto la sua protezione i canonici di Arezzo. Di più: nel 1038 Corrado II il Salico (1024-1039) soggiornò in città, oltre che per la consueta venerazione del santo patrono, per fare visita ad Immone (1036-1051), il cui nome tedesco era probabilmente Irenfrid; egli apparteneva al clero di Worms ed era stato non solo membro della curia imperiale ma anche cappellano di Corrado.

9.      I vescovi conti ad Arezzo

Non è un caso dunque che il vescovo conte nasca ad Arezzo per l’esplicita volontà di un imperatore, Enrico III della casa di Franconia (1039-1056). Egli cercò sia di riassumere il controllo dell’elezione pontificia sia di avviare un’opera di riforma e di moralizzazione della Chiesa; l’elezione al soglio pontificio del vescovo di Bamberga fu la risposta ad entrambe le esigenze. Il primo vescovo conte aretino fu Arnaldo (1052-1062), ovviamente di origine germanica, e ricevette il potere comitale direttamente da Enrico III. Questi, il 17 giugno 1052, a Zurigo dispose che

[…] nullus marchio, comes, vicecomes, iudex vel quelibet iudiciarie potestatis persona tam in plebibus quamque in monasteriis, titulis, villis, castellis, domibus urbanis vel rustici set omnibus possessionibus beato Donato pertinentibus, super vasallos, comendatos, servos seu aldiones seu residentes ipsius sanctae ecclesiae placita teneat, vel quolibet modo ristringere, pignorare, angariare, census aut aliquas redibitiunculas vel aliqua donaria exigere presumat. Sed omnes districtiones et placita beato Donato eiusque vicario Arnaldo venerabili episcopo et successoribus eius in perpetuum concedimus, donamus, et a nostro iure in ius et proprietatem beati Donati funditus transfundimus et habere decernimus, tam in eadem aretina civitate quam etiam in aliis loci set villis per totum comitatum aritinum adiacentibus, secundum Karoli magni imperatoris loculentissimam sanctionem.[37]

In sintesi l’imperatore stabiliva che nessun marchese, conte, visconte, giudice, etc. si appropriasse dei poteri che egli concedeva esclusivamente al vescovo Arnaldo ed ai suoi successori. Questi erano i tradizionali poteri feudali di banno: arruolare eserciti, amministrare la giustizia, riscuotere tasse, etc. Ma non solo:

[…] et in ipsa aritina civitate damus ei licentiam percutiendi denarios cuiuscumque monetae voluerit, secundum antecessorum nostrorum imperatorum piissimam largitionem.[38]

Veniva concesso anche il diritto di coniare moneta! Nel Medioevo un simile privilegio che concedeva un potere analogo, fatte ovviamente le dovute proporzioni, a quello odierno della Banca Centrale Europea, garantiva un forte controllo sull’economia e costituiva una fonte di prestigio e di cospicue entrate. Dunque Arnaldo fu il primo a firmarsi contemporaneamente vescovo e conte; comunque questo riconoscimento, come abbiamo visto, era piuttosto formale in quanto tendeva a legalizzare una realtà di fatto, anche se il controllo della contea, del comitato, del territorio extraurbano, esplicitamente prescritto da Enrico III, rimase alquanto teorico o quantomeno conteso da poteri feudali laici. È invece estremamente significativo il fatto che il vescovo di Arezzo fosse soggetto unicamente e direttamente all’imperatore, a sancire una lunga tradizione di alleanza che perdurerà fino alle lotte tra guelfi e ghibellini.

Nessuna sorpresa dunque se Arnaldo “fu il più laico dei vescovi aretini”.[39] La secolare disputa con Siena per le pievi di confine venne proseguita più con le armi che con la diplomazia. Egli, se mantenne buoni rapporti con il monastero benedettino delle SS. Flora e Lucilla (controllato dal tradizionale potere feudale), evitò sdegnosamente ogni contatto con gli eremiti di Camaldoli (roccaforte riformatrice), tanto che il suo contemporaneo ravennate San Pier Damiani, prima monaco e poi cardinale, descrisse la sua morte come 

un esempio di punizione divina verso un sacrilego e un simoniaco. In uno dei castelli vescovili (forse quello di Civitella della Chiana), di mattina, Arnaldo stavasi preparando per una partita di caccia; e mentre “securus, hilaris ac iocundus” parlava con i personaggi della sua corte, improvvisamente venne colpito da un violento dolor di testa e gridò “morior, morior”. Il tempo appena di ricevere gli ultimi sacramenti e spirò.[40]

Da notare il fatto che Pier Damiani, uno dei massimi teorici del movimento riformatore della Chiesa nel sec. XI, accusava Arnaldo proprio di simonia; tuttavia ne riconosceva anche l’ingegno e l’abilità nel parlare. Il suo successore, il secondo vescovo conte, Costantino (1062-1096) si trovò subito a fare i conti con la natura ambigua del suo potere.

Il suo ministero pastorale ci appare davvero emblematico per il dissidio sentito e vissuto tra l’essere vescovo e quindi unito al papa e feudatario dell’Impero e conte e quindi fedele all’imperatore.[41]

Ma egli era, probabilmente, un tedesco[42] e quindi prevalse la sua anima di feudatario: pertanto venne scomunicato e deposto da Gregorio VII nel 1081, quando Enrico IV, dopo l’umiliazione di Canossa, riprese le sue discese in Italia, diretto a Roma alla ricerca dell’incoronazione imperiale. Nel 1084 invece Costantino incorse nelle ire di Enrico IV per un probabile tentativo di riavvicinamento con il pontefice; dimostrò così di non possedere un particolare fiuto politico, perché proprio in quell’anno il sovrano tedesco celebrò il suo trionfo. Dunque dovette rimediare all’errore con un nuovo e clamoroso voltafaccia; infatti, come già detto, fu lui, assieme al vescovo conte di Modena, a consacrare Wiberto o Guiberto di Ravenna, il capo del clero filo imperiale dell’Italia settentrionale, papa o meglio antipapa in contrapposizione a Gregorio VII. Non è un caso che siano stati protagonisti di questo episodio i prelati di due città che svolgeranno in seguito un ruolo basilare nella storia del ghibellinismo. Comunque, grazie a questo ulteriore “cambiamento di rotta”, Costantino riuscì a rimanere a galla in un mare così mosso da trascinare a fondo, seppur in momenti diversi, entrambi i protagonisti della lotta per le investiture. Del resto i colpi di timone a quel tempo erano abbastanza frequenti e repentini: anche l’arcivescovo Sigfrido di Magonza, che nel 1073 era stato tra gli alti prelati tedeschi più recalcitranti ad accogliere la politica riformista di Gregorio VII, nel 1078 riconobbe come legittimo re di Germania Rodolfo di Svevia, l’antagonista di Enrico IV.[43] Per non essere ingenerosi, ricorderemo il vescovo Costantino anche per altri avvenimenti: le donazioni e l’amicizia con Camaldoli, la consacrazione della chiesa di S. Pier Piccolo, e l’eliminazione dei “custodi” del Duomo e la restituzione ai canonici dei loro pieni poteri.

Il nome del successore toglie ogni dubbio sulla nascita: Sigfrido (1097?-1104). Si suppone che il suo sia stato un episcopato breve e travagliato, poiché pare che l’imperatore abbia tardato a riconoscerlo; questo potrebbe indurci a pensare che fosse più vicino al pontefice francese Urbano II, ma, poiché abbiamo un solo documento da lui firmato, non ci si può sbilanciare più di tanto. Non molto più lungo ma molto più significativo fu l’episcopato successivo.

10.  Gregorio I

Gualtiero, originario di Benevento, divenne episcopus et comes di Arezzo nel 1105 e prese il nome di Gregorio I (1105-1114). Due sono le cose notevoli: non era germanico ed era un candidato del papa Pasquale II. Tuttavia è singolare il fatto che, se i vescovi “sponsorizzati” dai sovrani teutonici avevano generalmente diretto la città con efficacia e senza contrasti, il primo candidato di Roma venne “travolto dagli scandali”. Per capire meglio, facciamo un piccolo passo indietro.

Nel 1098 il comune di Arezzo era già nato. Non è certo questa la sede per spiegare bene cosa sia un comune medievale. Sommariamente si dirà che si tratta di una progressiva tendenza a sottrarre la gestione della città ai poteri feudali per affidarla ai ceti cittadini emergenti non più solo per sangue, ma anche per cultura e prosperità economica, in seguito alla ripresa commerciale a partire dall’anno Mille. Si consideri però che generalmente i rapporti tra vescovo e comune furono in un primo momento buoni perché il secondo cercava la legittimazione del primo e perché entrambi erano interessati a migliorare la direzione della città.

I comuni ottennero la giurisdizione delle città esercitando funzioni, quali l’arbitrato o il presidio, che di solito non rientravano nella sfera abituale dell’autorità statale ma perlopiù assunsero o usurparono dei diritti che l’autorità centrale aveva troppo a lungo trascurato e ai quali fu costretta a rinunciare. Tali regalia o diritti di stato, che da tempo immemorabile spettavano ai sovrani, comprendevano il diritto di battere moneta, e di esigere gabelle e tributi di ogni genere; inoltre, quelli di esercitare la giustizia, mantenere l’ordine pubblico, dichiarare guerra erano di competenza dei conti e dei marchesi. Era già stato ufficialmente concesso ad alcuni vescovi e nobili laici il diritto di esigere molti di tali tributi e i vescovi di molte città longobarde[44] avevano ricevuto poteri comitali sulla propria città, sui dintorni e persino sull’intero contado. Raramente si erano concessi ai cittadini funzioni di giurisdizione o il diritto di riscuotere tributi, e soprattutto mai per quanto riguardava i contadi circostanti. I cittadini si autogovernarono per la prima volta quando cadde la monarchia durante la guerra delle investiture e ottennero il dominio sui contadi dopo aver stipulato, solitamente in nome del vescovo, una serie di patti privati con i grandi e i piccoli feudatari.[45]

Generalmente, per fissare la data di nascita di un comune, è sufficiente un atto che dimostri l’esistenza di uno o più consoli, il “potere esecutivo” comunale. Nel caso di Arezzo l’atto non è particolarmente importante: si tratta della vendita della metà di una casa e di un terreno attiguo. Tuttavia in fondo viene precisato che Raigneri consul et Rolandus vicedominus interfuerunt.[46] È opportuno precisare un fatto estremamente interessante: questi due uomini probabilmente erano progenitori delle casate, rispettivamente, degli Ubertini e dei Tarlati.[47]

Verosimilmente anche ad Arezzo i rapporti tra vescovo e comune furono inizialmente buoni.

La posizione del vescovo in città presentava generalmente qualche analogia con quella del visconte. Se, per concessione dell’imperatore, aveva ottenuto poteri comitali, egli di solito però investiva i consoli di gran parte del potere di cui disponeva in città o, più semplicemente, permetteva loro di esercitarlo, riservandosi tuttavia dei benefici e delle cariche che comunque riusciva difficilmente a conservare […] Ad Arezzo e a Bologna, almeno nei primi tempi, il vescovo partecipava al governo della città nominando uno o più consoli, e così i comuni di queste città ottennero una certa qual forma di legalità; ma spesso nascevano delle controversie per tali nomine anche perché si voleva che il vescovo si rendesse conto del proprio stato di subordinazione, anche riguardo alle sue proprietà nel contado.[48]

In effetti ad Arezzo l’amicizia tra vescovo e comune si guastò appena il secondo, per affermare la sua autorità anche sul contado, cominciò ad affacciarsi fuori dalla cinta muraria e si imbatté nel primo nucleo di potere feudale extraurbano: il centro episcopale del Pionta. È opportuno precisare che l’autorità comunale non si pose mai come nemico mortale dei feudatari del territorio circostante. Infatti, l’obiettivo era solamente quello di obbligarli a trasferirsi entro le mura affinché non si sottraessero al controllo e non spendessero altrove i proventi delle loro rendite; ecco perché venivano rasi al suolo i loro castelli. Ad Arezzo però questo confronto divenne particolarmente aspro dal momento che venne coinvolto anche l’imperatore Enrico V, che 

distrusse la stessa città per causa che i di lei cittadini la Chiesa di San Donato, cioè l’episcopio, che è fuori della città avevano distrutto, intendendo di porre la sedia dentro le mura.[49]

Per comprendere bene le cause di ciò, sarà opportuno precisare le ragioni per le quali l’imperatore si trovava sul posto.

Lucca e Pisa erano acerrime nemiche fin dal 1003, dunque ancor prima di diventare comuni, perché si disputavano il controllo sia di alcuni tratti importanti delle vie di comunicazione che passavano per la Toscana (non esclusa la via Francigena) sia del fertile contado circostante. Ben presto il conflitto si estese: se Pisa poteva contare sull’appoggio di città filo imperiali come Volterra, Siena e Prato, Lucca era affiancata non solo da Firenze e Pistoia, ma anche dalla stessa Matilde e dalla fazione filo papale. Nell’agosto del 1110 Enrico V scese in Italia con un poderoso esercito. Egli, dopo aver ricevuto l’omaggio feudale dell’intimorita marchesa di Toscana, forzò il passo della Cisa assaltando Pontremoli e penetrò nella Tuscia. Qui ricevette l’omaggio anche di molte città toscane, altrettanto intimorite dalla potenza dell’esercito, tanto che poté celebrare tranquillamente il Natale a Firenze. Quindi, dopo aver imposto la pace tra Pisa e Lucca ed aver sottomesso la seconda, prese la via per Roma passando per l’antica via Cassia e dunque per Arezzo. Qui si fermò per risolvere un’accesa disputa sorta tra il comune e la Canonica aretina guidata dal vescovo Gregorio I: i cittadini, “in robore moenium ac altitudine turrium confidentem”,[50] avevano distrutto la sede vescovile del Pionta e avevano trasferito di forza la sede della cattedrale all’interno delle mura.

La risposta di Enrico V fu repentina e terribile: pose immediatamente l’assedio alla città. In realtà le opere di difesa erano davvero poderose, tanto è vero che riuscì ad oltrepassarle solamente grazie al tradimento di alcuni aretini della fazione imperiale. Dopo un inevitabile saccheggio, Enrico rase al suolo sia le mura sia le torri ed obbligò i cittadini a ricostruire il fortilizio feudale vescovile. Infine riconfermò i privilegi elargiti dai suoi predecessori alla Canonica aretina con un documento del 19 gennaio 1111.[51] Poi prese la via per Roma per essere incoronato imperatore, come abbiamo già visto.

Questo celebre episodio della storia di Arezzo potrebbe destare alcune perplessità e far sorgere taluni quesiti. In effetti l’imperatore intervenne in favore di un vescovo, Gregorio, che, come già detto, non era certo della fazione imperiale. Rinunciando a dare una risposta definitiva, si possono comunque proporre alcune ipotesi interpretative.

Innanzi tutto Enrico V è il primo imperatore del Sacro Romano Impero a scontrarsi duramente con la nuova realtà delle autonomie cittadine: per esempio, nel 1110 aveva già conquistato e incendiato Novara, che aveva osato opporglisi. Si può supporre che egli preferisse una forma di potere comunque di origine feudale ad un’altra che, di fatto, si era impadronita di regalie mai concesse dai suoi predecessori. Del resto anche Arezzo, come Novara, aveva osato chiudergli le porte in faccia. Non a caso, dunque, il 19 gennaio 1111 avrebbe ribadito i privilegi, anche se alla Canonica, invece che al vescovo. È significativa anche la conferma nello stesso documento del possesso aretino delle pievi contese “in comitatu senesi”.

Inoltre probabilmente il sovrano tedesco aveva voluto dare una lezione esemplare ad una città che già da diverso tempo aveva abbandonato la politica di amicizia con l’imperatore per riavvicinarsi all’astro in ascesa della marchesa Matilde, da sempre alleata del papa. Ma c’è un’ultima considerazione da fare. Abbiamo visto quanto fosse importante per il re di Germania essere incoronato imperatore a Roma dal pontefice; non era possibile ottenere la carica diversamente perché Carlo Magno, nel Natale dell’800, era stato incoronato nella città eterna da Leone III. Il titolo d’imperatore era importante anche perché conferiva il prestigio necessario per tenere a bada i riottosi feudatari tedeschi. Abbiamo anche avuto modo di apprezzare quanto ci tenesse Enrico V, con le buone o con le cattive. Non è dunque da escludere che questi, aiutando Gregorio I, volesse ulteriormente accattivarsi il favore di Pasquale II, che peraltro aveva già protestato per la distruzione del Pionta. Del resto il suo interessamento è confermato da due lettere, datate aprile 1111, con le quali esortava sia gli aretini a rispettare i diritti del vescovo sia l’imperatore ad esercitare pressioni in tal senso.[52]

Comunque i cittadini non avevano tutti i torti a detestare il loro vescovo. Pare infatti che conducesse una vita così licenziosa e libertina da costringere lo stesso Pasquale II, nel 1114, a deporlo “propter crimen incestus”.[53] È abbastanza singolare il fatto che la lotta per le investiture, nata da un’esigenza di riforma morale del clero, abbia finito con il dare ad Arezzo il più “chiacchierato” dei suoi pastori…

Il successore Guido “Boccatorta” (1114-29), priore di Camaldoli, tenne una condotta morale del tutto opposta a quella di Gregorio I. Nessuna sorpresa: si è già detto che quest’eremo era una delle roccheforti del movimento riformatore. Però, durante il suo episcopato, il vescovo senese Gualfredo riaccese la lotta per le 18 pievi di confine contese dalle due diocesi. La disputa venne sostenuta da ambo le parti con un’abbondante produzione di donazioni e privilegi papali completamente falsi! Dopo un momentaneo successo aretino, la questione riemerse con Buiano (1129-36): questa volta le conseguenze furono nefaste. È vero che il battagliero vescovo conte riuscì a giungere fin sotto le mura di Siena,[54] ma, per condurre la guerra, dovette inasprire la pressione fiscale. A conferma delle difficoltà finanziarie ci basti pensare alla cessione di Moggiona all’eremo di Camaldoli. Gli aretini si ribellarono nuovamente. Già nel 1129 il fortilizio del Pionta era stato diroccato per la seconda volta; tra il 1130 ed il 1136 il vescovo fu costretto a trasferirsi in città, in un palazzo che si trovava presso l’attuale S. Maria della Pieve che, non a caso venne ricostruita a partire dal 1150 circa.

È abbastanza evidente che il comune di Arezzo andava acquisendo sempre più potere e che non poteva approvare un simile dispendio di energie per delle pievi lontane, quando il suo interesse era ancora concentrato sul territorio circostante: per esempio il castello di Vitiano fu acquisito nel 1153.[55] Poco sappiamo di Mauro (1136-42). Girolamo (1142-75) fu l’ultimo vescovo ad essere eletto sia dal popolo che dal clero perché egli riformò la procedura riservandola solamente al secondo: ma soprattutto egli fu anche l’ultimo a fregiarsi del titolo di vescovo conte. Il potere di fatto era già detenuto dal comune.

11.  Alcune considerazioni conclusive

Dunque, concludendo questo breve percorso di storia europea e locale, si potrebbe affermare che l’importanza della figura episcopale nella storia di Arezzo è facilmente dimostrabile, tanto più che nei periodi successivi si incontrano molti altri avvenimenti più famosi e più esemplari. Dopo aver constatato la tradizionale vicinanza dei vescovi aretini al trono imperiale, risulta anche più facile comprendere il ghibellinismo (in realtà piuttosto di comodo) di Guglielmino degli Ubertini. Del resto, come già detto, l’alleanza tra il vescovo conte aretino e l’imperatore è la versione locale della politica ottoniana tesa a limitare il potere dei grandi feudatari con dei valvassori ecclesiastici; in questo caso ci si contrappone a quello dei marchesi di Toscana. Infine si potrebbe concludere dicendo che, finché il potere del vescovo (conte o meno) fu indiscusso o comunque armonicamente inserito nel tessuto politico della città, questa poté perseguire una politica di potenza e di prestigio: ci basti pensare alla vicenda delle pievi contese con Siena o all’amicizia personale di taluni vescovi con gli stessi imperatori. Viceversa le divisioni e gli antagonismi ebbero effetti anche disastrosi, come la distruzione della cinta muraria nel 1111. Tuttavia, anche una volta decaduta la carica di vescovo conte, i prelati aretini continueranno di fatto a svolgere un ruolo politico di primo piano, sempre in collaborazione quasi simbiotica con i centri di potere cittadini; l’esempio più evidente che si potrebbe fare è quello di Guido Tarlati. In effetti è singolare il fatto che i vescovi di Arezzo abbiano conservato a lungo un‘effettiva leadership della città, quando altrove sembrerebbe predominare quasi esclusivamente il potere laico dei comuni. In parte questo breve percorso potrebbe aver fornito alcuni spunti interpretativi per dare una spiegazione: ma soprattutto, per analisi più conclusive ed esaurienti, sarà opportuno rimandare ad altri e ben più autorevoli contributi.

                                                                                                                Lorenzo Mondini

 


[1] Ovvero l’XI ed il XII d. C., il 1000 ed il 1100, poiché il basso Medioevo va dall’anno Mille al 1492.

[2] Dal provenzale e francese antico comtes, a sua volta dal latino comes –?tis, compagno di viaggio.

[3] Marc Bloch, La società feudale, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1972, p. 174.

[4] Si pensi ai gasindi longobardi, i compagni d’armi dei duchi.

[5] Ivi, p. 179.

[6] Questo dato ci aiuta a comprendere la ricchezza della famiglia fiorentina dei Cavalcanti, quella dei celeberrimi Guido e Cavalcante, che nel ’200 poteva spedire in guerra a proprie spese ben sessanta cavalieri!

[7] Dal latino medievale rivestire, mettere in possesso di una dignità.

[8] Un gesto di evidente sottomissione, in tedesco Mannschaft.

[9] In tedesco composto di Mark, marca, e Graf, conte.

[10] Tradizionalmente chiamati vassalli dei vassalli, vassi vassorum, valvassori. Ivi, p. 186.

[11] Ivi, p. 218.

[12] Ivi, p. 224.

[13] Ivi, p. 450.

[14] Concessioni di diritti spettanti al re.

[15] Questo capitolo ed il successivo non sono altro che un ripasso riassuntivo di determinati episodi dello scontro tra Chiesa e Impero nell’XI secolo, il cui unico fine è la facilitazione della comprensione di alcuni momenti della storia di Arezzo.

[16] Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 2010, p. 111.

[17] Franco Cardini, Storia medievale, Le Monnier, 2006, p. 195.

[18] La compravendita di cariche ecclesiastiche, da Simon Mago che voleva comprare da Pietro i doni dello Spirito Santo.

[19] La Pataria fu un movimento religioso sorto a Milano nella seconda metà del sec. XI; con l’intento di riformare il clero corrotto, combatté l’alta feudalità laica ed ecclesiastica ed acquistò carattere sociale rivendicando l’affrancamento delle classi inferiori dai vincoli feudali.

[20] N. Brooke, La riforma della Chiesa e la lotta fra papi e imperatori, Cambridge University Press, Vol. IV, Milano, Garzanti, 1979, pp. 356, 359 e 360. In seguito il pontefice raccolse le sue concezioni nelle 27 proposizioni del Dictatus papae.

[21] Enrico era nato nel 1150: dunque divenne re a sei anni.

[22] Per diventarlo, normalmente bisognava essere incoronati a Roma dal papa, come Carlo Magno nel Natale dell’800.

[23] I vescovi ed i grandi feudatari sassoni erano ostili alla casa di Franconia che aveva rimpiazzato gli Ottoni.

[24] Le rovine del castello sono ancora oggi visitabili nell’omonima località che dista non molti chilometri da Reggio Emilia

[25] Ivi, p. 380.

[26] Ivi. p. 386. La frase è ispirata al salmo 45, 8.

[27] Ivi, p. 407.

[28] La decima, o dodicesima parte, del raccolto veniva pagata come tributo alla Chiesa per il mantenimento degli edifici e del clero.

[29] Franco Paturzo, Arezzo medievale, Cortona, Calosci, 2002, p. 133. Dal latino duces; essi occupavano normalmente ma non necessariamente i centri principali.

[30] Haganon, conte della città di Arezzo. Jean Pierre Delumeau, Arezzo dal IX ai primi del XII secolo, Atti e memorie dell’Accademia Petrarca, AMAP, vol. XLIX, anno 1987, Tibergraph, 1989, p. 298. Interessante è il legame tra il titolo comitale e la città, piuttosto che il territorio, la contea.

[31] Ivi, p. 299.

[32] Franco Paturzo, Arezzo medievale, cit., p. 154.

[33] Ivi, p. 155.

[34] Ivi, p. 168.

[35] Angelo Tafi, La chiesa aretina dalle origini al 1032, Arezzo, Tipografia Badiali, 1972, p. 282.

[36] Ivi, p. 300.

[37] Ubaldo Pasqui, Codice diplomatico, I, 177, p. 251.

[38] Ibidem.

[39] Angelo Tafi, I vescovi di Arezzo dalle origini della diocesi (sec. III), Cortona, Calosci, 1986, p. 56.

[40] Ibidem.

[41] Ivi, p.57.

[42] Secondo l’abate Grazzini, che si basa su un documento di Camaldoli, egli era invece aretino. Franco Paturzo, Arezzo medievale, cit., p 194.

[43] N. Brooke, La riforma della Chiesa…, cit., p. 378.

[44] In Toscana Arezzo, Fiesole, Luni e Volterra.

[45] C. W. Previté-Orton, Le città italiane fino al 1200, Cambridge University Press, cit., vol. IV, p. 552.

[46] Furono presenti il console Raigneri e il vicario o visdomino Rolando. Il documento è datato settembre 1098. U. Pasqui, cit., vol. 1, n. 288, p. 395.

[47] Questo confermerebbe la tradizionale natura magnatizia, nobiliare della prima fase, quella consolare, del comune.

[48] C. W. Previté-Orton, Le città italiane fino al 1200, cit., p.558.

[49] Ugo Leoni, La storia di Arezzo, Arezzo, Civitelli, 1897.

[50] Fiduciosi nella robustezza delle mura e nell’altezza delle torri. Ottone di Frisinga, Cronica, lib. VII, cap. 14.

[51] Pasqui, cit., n. 301, p. 413.

[52] Pasqui, cit., n.302 e 303, p.415.

[53] Tafi, I vescovi di Arezzo, cit. p. 60.

[54] Ivi, p.61.

[55] Paturzo, cit., p. 217.

 
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