Il Bastione di Febbraio

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| La Battaglia di Campaldino |
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Il sabato di San Barnaba11 giugno 1289 di Lorenzo Alberti La Battaglia di Campaldino è stata una delle più cruenti e violente battaglie di tutto il Medioevo della nostra penisola. Le principali potenze politiche del tempo erano le fazioni guelfe e ghibelline. La prima era appoggiata dal papato e la seconda dall’impero. Le varie città erano prevalentemente governate dalla fazione che magari usciva vittoriosa da una battaglia più o meno importante. Ma a Campaldino a differenza della diceria popolare non fu così. E’ vero che gli aretini , accaniti sostenitori del partito ghibellino, uscirono sconfitti dalla famigerata battaglia dell’ 11 giugno 1289. Ma Arezzo non fu conquistata. Molti storici contemporanei addirittura segnano con la battaglia di Campaldino la fine del Medioevo. Arezzo ghibellina di buona parte del 1200 era comandata sia politicamente che militarmente dal Vescovo-guerriero e signore d’Arezzo Guglielmino degli Ubertini. Suoi luogotenenti; il nipote Guglielmo Ranieri De’ Pazzi del Valdarno e Buonconte da Montefeltro capitano delle truppe ghibelline. Nel maggio del 1288 Arezzo fu cinta d’assedio dall’esercito guelfo composto da fiorentini e senesi. Lunghe settimane di assedio misero a dura prova la cittadinanza di Arezzo, furono devastati i raccolti e il contado fu messo sotto ferro e fuoco. Ma gli aretini nonostante tutto resistettero e non lasciarono che gli invasori potessero raggiungere il loro intento. Cioè quello di invadere la città dentro le mura. Dopo più di un mese di assedio le truppe guelfe decise di battere in ritirata e di togliere l’assedio. I fiorentini presero indisturbati la via del casentino e fecero rientro in Firenze. I senesi, i quali giunti alla Ripa dell’Olmo, luogo subito fuori l’agro aretino, tagliarono l’enorme pianta di olmo a disprezzo stesso della città. Infatti nel medioevo le piante secolari, poste proprio all’ingresso dei centri abitati fungevano da simbolo della città stessa. Il lungo cordone di senesi che si accingeva ad attraversare la Valdichiana in direzione Siena, però arrivati nei pressi di Pieve al Toppo, dietro i canneti e i cespugli della Chiana al tempo impaludata, spuntò fuori l’esercito ghibellino di Arezzo. L’imboscata costò un’enorme perdita per Siena. Di qui anche il ricordo di Dante Alighieri in un passo della Divina Commedia. “Lano si non furo accorte le gambe tue a le Giostre del Toppo…” Dante si riferisce a Lano dei Moioni un condottiero delle truppe guelfe di Siena il quale sembra trafitto mentre scappa da Buonconte Da Montefeltro. L’annientamento dell’esercito senese nei pressi di Arezzo suonò a livello politico come un evidente segno d’allarme per tutto il partito guelfo . Firenze iniziò a stare sul che va là, vista l’intraprendenza aretina. Ogni anno con l’arrivo della primavera era di consueto che orde di cavalieri ghibellini si spingevano agguerriti sino a alle porte di Firenze devastando a bruciando tutto ciò che gli si poneva di fronte. Una di queste incursioni particolarmante violente portò all’incendio di Poggio al Pruno, luogo nelle immediate vicinanze della città di Firenze, tanto che le fiamme furono avvistante sin da dentro la città gigliata. Tali ostili comportamenti portarono così al duro assedio guelfo del 1288, finito poi malissimo per quest’ultimi. La grande guerra era ormai imminente. Ma allo stesso tempo fu Arezzo che richiese la battaglia al nemico e non fu firenze alla quale a questo punto la richiesta di belligeranza sarebbe stata più logica. Firenze guelfa era appoggiata da truppe francesi comandate da Guillarme da Durfort e dalle nobili casate guelfe di tutto il centro Italia. La casata guelfa aretina dei Bostoli, tempo prima cacciata da Arezzo. Così andava a formare un esercito di oltre 12.000 unità tra fanti e cavalieri. Rispondeva così Arezzo ghibellina, comandata dall’inossidabile settantenne e claudicante Vescovo guerriero Guglielmo Degli Ubertini, e dai suoi fedelissimi luogotenenti, il cinquantenne nipote Guglielmo Pazzo e il trentenne Buonconte Da Montefeltro eroi della Battaglia di Pieve al Toppo dell’anno prima. Arezzo presentava il meglio delle nobili casate ghibellini di città e del contado. Gli Azzi gli Ubertini , i Pazzi del Valdarno, i Montefeltro, i Tarlati, Inoltre furono della battaglia casate ghibelline di Romagna come gli Odelaffi -. L’Ubertini sapeva molto bene di essere in forte inferiorità numerica e che l’esercito fiorentino avrebbe avuto una schiera di alleati incredibilmente notevole. L’esercito ghibellino di Arezzo non superava così le 8.000 unità. Fu così che il Vescovo Ubertini richiese di battaglia Firenze inviando ad Amerigo da Narbona il guanto di guerra. Come dice lo storico dell’epoca villani “Gli aretini richiedono di battaglia i fiorentini non temendo che fossero due volte cotanto di loro, ma bensì dispregiandoli, dicendo che si lisciavano le zazzere come le dame , dicontro i ghibellini di zazzere non avean o li tenevan a schifo”. Allo stesso tempo Firenze provò più volte ad allettare l’anziano Ubertini con laute ricompense in fiorini d’oro per vendere Arezzo. Ma ciò non accadde mai, anzi in un primo momento nella città ghibellina si diceva e si sparse la diceria che il Vescovo Ubertini stesse trattando proprio la vendita di Arezzo a Firenze. Il popolo aretino sollevò subito una violenta rivoltà, minacciando lo stesso Ubertini, che se ciò fosse stato vero, la sua vita sarebbe stata in serio pericolo! Nell’occasione intervenne il fido nipote Guglielmo de’ Pazzi di Valdarno il qualche radunò il popolo e chiarì la faccenda, ribadendo la sfida di guerra a Firenze, cancellando così ogni dubbio. Si arrivò così all’11 giugno 1289. Primissimo mattino, gli eserciti sono ben schierati nella piana di Campaldino. L’esercito fiorentino sembra tagliare in due la piana casentinese con l’andamento a mezza luna che davano il colpo d’occhio i grossi scudi fiorentini detti “palvesi”. Tanto che il vescovo Ubertini li scambia per le mura di una città. Il suo portabandiera lo “rassicura” subito rispondendo alla domanda del Vescovo : Di che città sono quelle mura?- : Signore non sono le mura di una città, ma sono i palvesi de li nimici!- Adesso non si poteva più tornare indietro. Intanto un frate impartiva le benedizione all’esercito aretino.L’Ubertini prese la situazione in mano ed ordinò ai paladini della cavalleria aretina, la famosa “prima linea” di scatenare l’incredibile attacco contro un nemico numericamente il doppio.Così si rivolse al suo esercito: Impugnate la spada, mostrate tutta la fostra forza e se qualche peccato macchia il vostro cuore io vi assolvo o fedeli!!! Così al grido “San Donato Cavaliere!!!” Buonconte da Montefeltro, e Guglielmo De Pazzi partirono all’attacco. Nel vedere questa incontrollata cavalcata contro l’esercito guelfo, un comandande di quest’ultimi esclamò pochi secondi prima del devastante impatto…:-o noi siamo traditi…o costoro son pazzi!!!- La collisione contro i palvesari fiorentini fu tremenda. Gli aretini sfondarono il muro guelfo . Infranti i primi palvesi fiorentini la lunga colonna ghibellina entrò d’impeto all’interno dell’ammassamento guelfo. Tanto micidiale fu la collisione aretina sulle schiere fiorentine che i ghibellini si trovanoro quasi in fondo alla schiera nemica, dove erano poste le salmerie guelfe. Per mezza giornata la battaglia stava dando ragione agli aretini, ma questa tecnica di guerra portò inevitabilmente ad un arma a doppio taglio per gli stessi aretini. L’esercito fiorentino spezzato in due dalla micidiale collisione aretina, fece di modo che col passare delle ore le due ali dell’esercito guelfo potesse chiudersi a tenaglia e così l’intero esercito ghibellino inevitabilmente stretto dentro una morsa mortale. La guerra durò fino a tarda sera. Gli aretini stavano perdendo. Buonconte da Montefeltro ferito gravemente alla gola cercò la fuga verso Bibbiena, ma giunto nei pressi del fiume Archiano vi si gettò dentro per arginare il suo dolore, ma fu inutile, la morte lo colse pochi istanti dopo. Intanto ancora nella piana infuriavano colpi mortali, ma i ghibellini seppur subivano non mollavano. A questo punto s favore dei guelfi ci fu la svolta. Corsa Donati, capitano della colonna dei pistoiesi decise spontaneamente di entrare in battaglia. L’esercito pistoiese rovinò paurosamente così in un fianco del raggruppamento aretino ed in pochi istanti cambiò drasticamente le sorti della battaglia. Dall’altra parte invece il conte Guido Novello, capitano delle truppe ghibelline di riserva, dei Conti Guidi di Poppi, il quale doveva entrare in battaglia qualora ne fosse stato necessario, ignorò la richiesta di aiuto aretina . Il quale vedendo che la battaglia comunque stava volgendo al peggio per le sorti ghibelline, pensò bene di tornare con il suo esercito dentro le mura del suo castello. Un violentissimo temporale pose fine alle ostilità. Guglielmo De’ Pazzi di Valdarno, nipote del Vescovo fu uno degli ultimi a cadere. Prima della battaglia aveva scambiato le insegne di casata con lo zio, di modo da farsi precipitare contro di lui il grosso degli attacchi risparmiando in parte le ostilità verso il Vescovo Ubertini, il quale a sua volta indossava i simboli dei Pazzi di Valdarno. La battaglia era oramai al termine, a Guglielmino vescovo signore d’Arezzo fu più volte sollecitato dai suoi armati di mettersi In salvo, ma lui rispose così ai suoi : “La morte mi unisca a coloro che ho indotto nel pericolo” e fu così che con estremo onore e fedeltà il settantenne Vescovo-guerriero Ubertini si gettò di nuovo nella mischia ed in battaglia trovò la morte colpito con un colpo di picca nella testa.Le perdite aretine si contarono intorno alle 1800 unità ed i prigionieri furono 2000. Portati a morire di fame nelle carceri fiorentine. I ghibellini sopravvissuti alla battaglia riuscirono a tornare ad Arezzo, mentre l’esercito fiorentino che subì perdite di circa 500 unità. Quest’ultimi credendo di far a questo punto di un sol boccone di Arezzo, innanzi tutto si fermarono sette giorni a Bibbiena. La qualche fu conquistata appunto dopo una settimana di assedio. Giunti sotto le mura di Arezzo l’esercito guelfo cominciò un assedio violentissimo. Ma per l’ennesima volta Arezzo resistette fino all’ultimo istante. La città all’epoca non aveva mura, vi erano molte palizzate e fossati di protezione. Ma la difesa ghibellina fu altrettanto grintosa e costante. Paladina della micidiale difesa di Arezzo sotto la minaccia guelfa fu Ippolita degli Azzi. La quale organizzò l’efficace risposta armata contro l’esercito fiorentino. Dopo tre settimane di assedio, dal 21 giugno al 23 luglio 1289, l’esercito fiorentino, decise di togliere le tende e ritornare a Firenze. Arezzo perse la battaglia, ma non la libertà! Firenze riuscì a conquistare Arezzo moltissimi anni dopo . Ma con la forza del denaro, non con quella delle armi. E solo aspettando fino al 1337. Dopo la battaglia di Campaldino Arezzo si instauro un breve governo guelfo. Vescovo di Arezzo fu per pochi anni Ildebrandino dei Conti Guidi. Ma fu in breve tempo sostituito dall’altro grandissimo vescovo-guerriero, ultimo principe di Arezzo di fede ghibellina Guido Tarlati da Pietramala, il quale gia da subito riaccese le ostilità con la città di Firenze e le loro alleate. In un’occasione il suo esercito riuscì addirittura ad invadere militarmente Firenze accedendo da Porta degli Spadai. La sua politica fu sempre mirata all’indipendenza aretina ed al controllo di tutte le vallate aretine mantendendole sotto l’emblema dell’aquila imperiale. Ci riuscì nel migliore dei modi fino alla sua morte nel 1327. Lo succedette al comando di Arezzo il suo fratello Pier Saccone Tarlati, il quale dopo un primo momento positivo del suo governo, basato comunque nel mandare avanti la politica ghibellina aretina sulle orme lasciate dal fratello. Anche a livello militare si dimostrò comunque valido. Pian piano però rimase sempre più solo finò a che nel 1337 si accordò con firenze per la vendita della città. |

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